La montagna è quella che
vediamo su Instagram ?
Negli ultimi anni ci siamo abituati a vedere immagini che fino a poco tempo fa avremmo associato più facilmente a una grande città che alla montagna: parcheggi pieni, sentieri congestionati, file davanti ai rifugi, persone in coda per raggiungere un punto panoramico e scattare la stessa fotografia vista migliaia di volte sui social.
Le Dolomiti sono diventate uno dei simboli più evidenti di questo fenomeno. Alcuni luoghi meravigliosi attirano ormai una quantità enorme di visitatori, mentre amministrazioni, residenti e associazioni ambientaliste discutono di come gestire traffico, erosione dei sentieri e pressione su territori naturalmente fragili. I social hanno amplificato ulteriormente questa dinamica: basta un video diventato virale perché un rifugio, un sentiero o un particolare punto panoramico diventino improvvisamente una meta da raggiungere a tutti i costi.
Non significa che quei luoghi abbiano smesso di essere belli. Al contrario: probabilmente sono diventati così frequentati proprio perché lo sono.
La domanda, però, è un’altra: la montagna deve necessariamente essere quella che vediamo su Instagram?
Forse abbiamo iniziato a confondere la bellezza di un luogo con la sua notorietà. Andiamo alle Tre Cime perché conosciamo le Tre Cime, al Lago di Braies perché abbiamo visto centinaia di fotografie del Lago di Braies, in quel determinato rifugio perché qualcuno ci ha mostrato il suo dolce in un video di trenta secondi.
E così rischiamo di trasformare anche la montagna nella stessa esperienza che cerchiamo di lasciarci alle spalle quando usciamo dalla città: traffico, code, rumore, fretta e la sensazione di dover arrivare da qualche parte prima degli altri.
Ma esiste un altro modo di viverla.
È quello dei sentieri che non compaiono nelle classifiche dei “dieci posti da vedere almeno una volta nella vita”. Dei piccoli borghi che non hanno ancora una fila davanti al punto panoramico. Dei boschi dove durante una giornata intera si incontrano poche persone. Delle vecchie mulattiere, dei castagneti, delle sorgenti, delle tracce lasciate dalla storia e delle montagne che magari non hanno un nome conosciuto da tutti, ma che sanno regalare esattamente ciò che stavamo cercando.
Ed è qui che l’Appennino può sorprenderci.
A poca distanza dalle nostre città esiste un territorio enorme che spesso attraversiamo senza conoscerlo davvero. Ci sono vallate laterali, antichi sentieri di collegamento tra paesi, ruderi nascosti dal bosco, vecchi mulini, crinali, piccoli santuari, torrenti e panorami che non hanno bisogno di diventare virali per essere belli.
Sono luoghi che chiedono qualcosa di diverso: curiosità.
Perché andare dove vanno tutti è semplice. Basta aprire un social network, cercare una fotografia che ci piace e seguire le indicazioni. Scoprire un territorio richiede invece tempo, voglia di osservare, qualche deviazione e soprattutto la disponibilità a lasciarsi sorprendere.
Ed è forse proprio questa una delle cose più belle dell’escursionismo.
Non sapere già tutto prima di partire.
Girare una curva e trovare una vista che non avevamo mai visto in fotografia. Entrare in un bosco senza sapere esattamente cosa incontreremo. Fermarsi davanti ai resti di una casa abbandonata e chiedersi chi abbia vissuto lì. Attraversare un piccolo paese dell’Appennino e scoprire una storia che nessun algoritmo ci avrebbe mai suggerito.
In un’epoca in cui sembra che ogni esperienza debba essere recensita, fotografata e condivisa, camminare in questi luoghi restituisce alla montagna qualcosa che rischiamo di perdere: il senso della scoperta.
C’è anche un’altra conseguenza positiva. Distribuire la nostra presenza su territori meno conosciuti significa non concentrare migliaia di persone sempre negli stessi pochi punti. L’overtourism, infatti, non riguarda necessariamente intere regioni: spesso è soprattutto un problema di concentrazione in pochi hotspot estremamente popolari.
Questo non significa andare alla ricerca ossessiva del luogo dove “non è mai stato nessuno”. Sarebbe semplicemente un’altra forma della stessa competizione. Significa piuttosto recuperare una curiosità più lenta verso il territorio e ricordarsi che la montagna non è una collezione di attrazioni.
Non dobbiamo necessariamente conquistare una cima, raggiungere il rifugio più famoso o tornare a casa con la fotografia che abbiamo visto online.
A volte una giornata memorabile può essere un sentiero sconosciuto dell’Appennino, una sosta sotto un castagno, un pranzo nello zaino mangiato davanti a una valle silenziosa e qualche ora trascorsa insieme senza incontrare quasi nessuno.
Forse il vero lusso della montagna contemporanea sta diventando proprio questo: avere ancora qualcosa da scoprire.
È questa la montagna che piace a noi di Bologna Trekking. Quella dei luoghi meno battuti, delle storie nascoste e di un Appennino che continua a sorprenderci ogni volta che decidiamo di uscire dai percorsi più scontati.
Se anche voi avete voglia di lasciare per qualche ora i luoghi affollati e riscoprire il piacere della curiosità, della lentezza e della condivisione, venite a camminare con noi.
I sentieri più belli, qualche volta, sono proprio quelli di cui non avevamo mai sentito parlare.

